venerdì 12 novembre 2010

Delega al posacenere


Quando era soltanto un leghista, Roberto Cota poteva reggere il posacenere di Bossi o sostituirsi a esso con mani d’amianto. Poteva persino sventagliare la nuca del suo signore come uno schiavo nubiano. Ma da alcuni mesi Cota è alla testa di una Regione italiana di una qualche importanza: il Piemonte.
Questo significa che, qualsiasi cosa faccia, non è più il leghista che la fa, ma il governatore del Piemonte. E Cavour non combinò tutto quell’ambaradan perché i suoi eredi finissero a reggere il posacenere del pronipote di Alberto da Giussano in una prefettura di Vicenza dove tra l’altro sarebbe pure vietato fumare.
È legittimo che Cota nutra per il suo futuro progetti ambiziosi, come reggere il posacenere al prossimo presidente della Repubblica Padana. Però, nell’attesa che più alti destini si compiano, dovrebbe almeno far finta di rappresentare la Regione che lo ha votato. Per quanto possa sembrargli strano, Cota incarna un’istituzione. Quindi via le camicie, le cravatte, i fazzolettini verdi. E i posacenere, per favore, sul tavolino.

Massimo Gramellini - La Stampa - 11 novembre 2010

mercoledì 10 novembre 2010

La Lega

...negli ultimi due decenni abbiamo visto il peggio di quanto una democrazia possa sopportare, eppure la Lega ha sempre fatto finta di non vedere nulla, ha sempre protetto il finanziatore, gli ha sempre parato il culo anche nelle situazioni più indecenti e insostenibili.

martedì 2 novembre 2010

Garofani maleodoranti

Nei giorni scorsi si è svolta a Roma una "rimpatriata" di ex socialisti. Ma sarebbe meglio dire di ex craxiani perché non è la stessa cosa. C’era quasi tutto il gruppo dirigente del Psi di Bettino: Gianni De Michelis, Giuliano Amato, Rino Formica, Enrico Manca, Claudio Signorile, Giusi La Ganga. Mancavano solo il superbioso Claudio Martelli, lo storico "delfino", l’unico, come si favoleggiava allora, "ad avere accesso al frigorifero di Bettino", Fabrizio Cicchitto che assieme alla molto disinvolta Margherita Boniver, è riuscito a riciclarsi alla grande passando dall’altra parte e Ugo Intini, un socialista troppo perbene per trovarsi davvero a suo agio in quella compagnia.
Tema dell’incontro: "Ragionare insieme sui motivi che portarono non solo alla fine del Psi ma anche alla morte della Prima Repubblica". Forse avrebbero fatto prima se avessero letto la "lettera aperta" che scrissi a Claudio Martelli, allora vicesegretario del Psi, mio vecchio compagno di banco al liceo Carducci di Milano, sul "Giorno" del 21 gennaio del 1983. Lettera che prendeva spunto da un episodio di ordinaria lottizzazione avvenuto al Teatro dell’Opera di Roma. E se l’avessero letta allora e ascoltato quello che vi si diceva, forse avrebbero evitato la fine ignominiosa che hanno fatto e si sarebbero risparmiati anche la penosa riunione di vecchi "revenant" dell’altro giorno.
Scrivevo in quella lettera dieci anni prima di Mani Pulite: "Possibile che non vi rendiate conto che verso questa intollerabile invadenza (dei partiti, ndr) stanno montando un fastidio e un’insofferenza sempre più grandi ed esasperati? Tu, forse, mi risponderai, come hai fatto in un’altra occasione, che questa insofferenza è ipocrita perché non ci sarebbe lottizzazione se non ci fosse chi è disposto a farsi lottizzare. Ed è vero. Ma è anche vero il contrario: che non ci sarebbero corrotti se non ci fossero i corruttori, così come non ci sarebbero i drogati se non esistessero gli spacciatori. Scusa la crudezza del paragone, ma è che ormai la presenza dei partiti è così omnicomprensiva e totale che anche chi è profondamente estraneo a questo spirito di lottizzazione, di clan e di clientele è costretto, sempre più spesso e suo malgrado, a sottomettersi. Perché senza tessera oggi non si mangia. O quasi. Non si fa carriera, anche la più modesta. Si è destinati a marcire nel corpo di ballo per tutta la vita. ‘Per vivere un po’ bene bisogna vendere l’anima. Non c’è altra via’ dice Ignazio Silone in Vino e pane, scritto in pieno fascismo. Mi pare che siamo ancora lì.
È giusto tutto questo? È morale? È democratico? E, soprattutto, è lecito e conforme alla nostra Costituzione e anche, forse, al codice penale? E, al di là di tutto, non è anche pericoloso? Perché chi per vivere deve ‘vendere l’anima’ finisce, a causa del disprezzo che prova per se stesso, per covare un odio sordo e cupo nei confronti di chi ve l’ha costretto, che si va ad aggiungere a quell’insofferenza di cui ti parlavo e che può portare molto lontano
".
Non avete avuto, cari compagni socialisti, la voglia, il coraggio, l’umiltà, l’onestà, la lungimiranza politica di autocorreggervi. Avete distrutto un partito dalla storia gloriosa, riducendolo a percentuali da albumina. Avete fatto della parola "socialista", che vuol dire coniugare l’uguaglianza sociale con la libertà, in sinonimo di "ladro". E ora siete lì a illanguidirvi di nostalgia per "i bei tempi andati". Per voi. Noi, nonostante tutto quello che è successo dopo sia anche peggio, non vi rimpiangiamo.
Massimo Fini - Il fatto quotidiano - 30-10-2010

venerdì 24 settembre 2010

Cinque domande al compagno Profumo

1) Si è reso conto che il lamento "mi trattano così dopo 15 anni..." l’hanno già fatto prima di lui migliaia di bancari che ha mandato a casa senza un grazie in nome della flessibilità, della competitività e della "value creation"?
2) Pensa che sia questa riscoperta del rispetto dovuto da un’azienda ai prestatori d’opera ad aver ispirato ad alcuni lungimiranti strateghi l’idea di lanciarla come leader del centro-sinistra?
3) Lei in dieci anni ha guadagnato duemila anni di stipendio di un impiegato normale dell’Unicredit: come affronterebbe l’argomento in un comizio?
4) Nel caso diventasse il leader del centro-sinistra, quanti dei 40 milioni di euro che sta incassando a titolo di buonuscita dall’Unicredit donerebbe per la campagna elettorale?
5) E infine, a proposito di capitalismo relazionale: ha commentato il suo siluramento dicendo "sono scomodo". Perché ci ha tenuto nascosta la notizia per 15 anni?

mercoledì 18 agosto 2010

Francesco Cossiga

Dichiarazioni continue, sempre parziali, allusive e inutili alle indagini.

venerdì 11 giugno 2010

mercoledì 5 maggio 2010

Caro ministro, non si dimetta!

Egregio ministro Scajola,
forse la stupirò: io non chiedo le sue dimissioni, e nemmeno chiedo che lei vada in Parlamento a discolparsi. Anzi, le chiedo il contrario, non ci vada. Lo spettacolo di Lei che balbetta la Sua versione davanti a pochi oppositori mogi che leggono il giornale, almeno quello, me lo risparmi. E mi risparmi (sono sicuro che lo farà) un gesto clamoroso come le dimissioni: le diede già una volta, e il Suo potere è rinato più forte di prima. Quel che vorrei comunicarLe anzi è il messaggio di tener duro, di resistere. Ministro Scajola, resti al suo posto. Con la sua casa di 180 metri quadri vista Colosseo che sostiene di aver pagato un terzo del prezzo di mercato, la sua presenza in questo governo del fare non è soltanto giusta, ma necessaria, direi addirittura didattica, esemplare. Per parafrasare certi western e certi film di spionaggio, caro ministro, Lei ci serve vivo, al suo posto, ben visibile.
L'ottanta per cento degli italiani ha una casa in proprietà. Sa cosa vuol dire andare dal notaio, versare assegni, firmare un rogito. La proprietà di quelle case è stata strappata con i denti a forza di sacrifici, e mutui, e tassi esosi, e banche bastarde, e aiuti delle famiglie che hanno messo da parte due soldi quando Voi non c'eravate ancora. Gli italiani saranno anche smemorati e ipnotizzati dalla propaganda del Suo Capo, ma sanno che quella casa lì, sua o della sua figliola, non so bene, non la paga 610.000 euro nemmeno la Madonna di Medjugorje, che il mercato sarà scemo - io ne sono certo - ma non così scemo. Resti al suo posto, ministro. Lei è l'emblema vivente di quanto sa osare l'inosabile questa cricca che ci governa, fitta di favori, di scorciatoie, di furbizie private, di trucchi contabili, di soldi facili.
Lei è prezioso ministro. E ancor più prezioso è quando piagnucola sull'attacco alla Sua famiglia. La famiglia, il grande valore della destra italiana. La famiglia, bene morale supremo a cui intestare appartamenti, patrimonio di affetti per cui chiedere compiacenze, raccomandazioni, piazzamenti di favore, assunzioni, prebende, candidature, contratti.
Dietro le Vostre famiglie, signor ministro, ci sono le nostre famiglie, che trovano i posti migliori - che magari meriterebbero per merito - sempre occupati, perché le Vostre illustri casate sono arrivate prima, col lampeggiante e la corsia preferenziale. Mai che si trovi qualcuno di Voialtri, ministro, il cui figliuolo fa il manovale nel nord-est, o il precario stagionale, o la sciampista alla Magliana. La vostra rete di potere - dico vostra perché in questi giorni Lei ne è l'emblema - è questo mix medievale di privilegi e sprezzo del popolo, parola con cui vergognosamente Vi baloccate.
La figlia di Scajola, i figli di Berlusconi, il figlio di Bossi, il genero di Letta, il pargolo di Pinco, la moglie di Pallino, quell'altro che vuol fare l'attore, i cognati con appalto al seguito, le nuore prestanome: il vostro amore per la famiglia è questo, signor ministro. Tanto che assistiamo in questi giorni sui giornali della destra a un fitto rimproverarsi contratti (pubblici) per mogli e suocere, tutto all'ombra del più grande conflitto d'interessi che il mondo ricordi. Il pubblico ignaro scambia questo clima da basso impero per un effetto collaterale della Vostra politica, ma si sbaglia: esso è la vostra politica, pura e semplice. Resti al suo posto, ministro Scajola. Lei ci serve per parlare con i nostri amici francesi, inglesi, tedeschi, americani (ne abbiamo, sa?) per spiegare cosa siamo diventati quaggiù. Ci è prezioso per raccontare anche ai vostri entusiasti elettori chi hanno votato veramente. Continui, la prego, a dire di aver comprato 180 metri quadri con vista sul Colosseo a 610.000 euro. Qui non si reclama la giustizia, non si chiamano i carabinieri, non si chiede aiuto alla magistratura, non si fa appello al buon senso, al buon gusto o all'onestà. Tenga duro ministro, non molli. Siamo un po' confusi tutti, i concetti astratti non ci piacciono più, ci piacciono invece gli esempi concreti. Ogni volta che penseremo a come è immobile, bloccato, arretrato e triste questo Paese penseremo al Suo salotto, al Suo condominio signorile, ai Suoi infissi di pregio acquistati al prezzo di un trilocale marcio in periferia. E' bello che lo spessore morale di una classe dirigente abbia una faccia, e questa volta - perdoni - è la Sua.
Cordialmente.

Alessandro Robecchi - Il manifesto - 4-5-2010